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L’acchiappa sogni: la leggenda

01 Marzo 2013 • in: Spiritualità

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L’acchiappasogni (Dreamcatcher) è uno strumento associato ai nativi americani, particolarmente alle tribĂą Cheyenne e Lakota che vivevano in luoghi molto vicini tra loro.

Il suo scopo era quello di allontanare sogni dannosi o che comunque non aiutavano la crescita spirituale del possessore. Veniva donato alla nascita ad ogni bambino, che lo conservava per tutta la vita, decorandolo come meglio credeva.

L’acchiappasogni è composto da un cerchio esterno in legno flessibile che rappresenta il ciclo della vita e l’universo, una rete per “acchiappare” i sogni e dirigerli, se buoni, verso un filo di perline simboleggianti la natura oppure, se dannosi, verso delle piume di uccelli per allontanarli.

La leggenda secondo la cultura Cheyenne

Molto tempo prima che arrivasse l’uomo bianco, in un villaggio Cheyenne viveva una bambina il cui nome era Nuvola Fresca. Un giorno la piccola disse alla madre, Ultimo Sospiro della Sera:” quando scende la notte, spesso arriva un uccello nero a nutrirsi, becca pezzi del mio corpo e mi mangia finché non arrivi tu, leggera come il vento e lo cacci via. Ma non capisco cosa sia tutto questo”.

Ultimo Sospiro della Sera rassicurò la piccola dicendole: “le cose che vedi di notte si chiamano sogni e l’uccello nero che arriva è soltanto un’ombra che viene a salvarti” Nuvola fresca rispose: “ma io ho tanta paura, vorrei vedere solo le ombre bianche che sono buone”.

Allora la saggia madre, sapeva che in cuor suo sarebbe stato ingiusto chiudere la porta alla paura della sua bimba, inventò una rete tonda per pescare i sogni nel lago della notte, poi diede all’oggetto un potere magico: riconoscere i sogni buoni, cioè quelli utili per la crescita spirituale della sua bambina, da quelli cattivi, cioè insignificanti e ingannevoli.

Ultimo Sospiro della Sera costruì tanti dream catcher e li appese sulle culle di tutti i piccoli del villaggio Cheyenne. Man mano che i bambini crescevano abbellivano il loro acchiappasogni con oggetti a loro cari e il potere magico cresceva insieme a loro.

Ogni cheyenne conserva il suo acchiappasogni per tutta la vita, come oggetto sacro portatore di forza e saggezza.

La leggenda secondo la cultura Dakota

Nei tempi antichi un vecchio stregone, mentre si trovava sulla cima di un monte, ebbe una visione. Iktome, grande maestro di saggezza, gli apparve sotto forma di ragno e gli parlò in una lingua sacra. Disse al vecchio lakota dei cicli della vita, di come iniziamo a vivere da bambini passando dall’infanzia all’età adulta, per poi invecchiare e qualcuno si prende cura di noi come se fossimo diventati un’altra volta bambini, così si completa il ciclo.

Mentre parlava, il ragno prese all’anziano un cerchio che aveva con lui, era un cerchio di salice al quale erano attaccate delle piume e delle crine di cavallo abbellite da perline.

Iniziò a tessere una rete all’interno e mentre tesseva continuava a parlare dicendo

: “in ogni periodo della vita vi sono molte forze, alcune buone e altre cattive, se ascolterai le forze buone queste ti guideranno nella giusta direzione, ma se ascolterai quelle cattive andrai nella direzione sbagliata e questo potrebbe danneggiarti”.

Quando finì di parlare Iktome consegnò all’anziano il cerchio con la rete e disse: “la ragnatela è un cerchio perfetto con un buco nel centro, utilizzala per aiutare la tua gente a raggiungere i loro obiettivi, facendo buon uso delle idee, dei sogni e delle visioni. Se crederete in Wakan Tanka, la rete tratterrà le vostre visioni buone, mentre quelle cattive se ne andranno attraverso il foro centrale”.

L’anziano stregone raccontò in seguito questa visione alla sua gente e da allora i Lakota ritengono l’acchiappasogni un oggetto sacro e lo appendono all’entrata dei loro tepee per filtrare i sogni e le visioni. Quelli buoni sono catturati nella rete e quelli maligni scivolano nel buco centrale e scompaiono per sempre.

Quando il caos si fermerĂ  ci renderemo conto di quanto poco abbiamo bisogno, di quanto in realtĂ  abbiamo e del vero valore della connessione umana.

Michela Marini

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